Cardo mariano: proprietà curative

Il cardo mariano appartiene alla famiglia delle Composite. È una pianta erbacea annuale o biennale. Durante il primo anno di vita, si formano le foglie radicali, a rosetta, sessili e amplessicauli (cioè senza picciolo e abbraccianti la parte inferiore del caule); il loro lembo fogliare presenta due "slargature", dette orecchie. 


Proprietà terapeutiche del cardo mariano
Cardo mariano

Nel secondo anno di vita, il cardo nasce e si innalza, da 0,50 a 1,50 m di altezza, lo scapo fiorale, robusto, cilindrico, di color verde cupo e innestato su una radice fusiforme, forte, profonda e chiara. Il fusto e i rami sono coperti da una lieve peluria e portano foglie alterne, lucide, verdi, aventi lembi profondamente incisi e macchie bianche lungo le nervature.

 

I fiori del cardo, color porpora, raramente bianchi, sono riuniti in capolini grandi, a base concava, che nascono, solitari, alla sommità dei singoli rami; le loro brattee munite di bordi spinosi, terminano con una robusta spina.

 

La fioritura del cardo mariano avviene dalla fine di giugno a tutto luglio e agosto. I frutti sono acheni lisci, di color nero lucente, macchiettato di giallo e muniti di un pappo simile a un pennacchio di setole biancastre. In questi ultimi anni, il Sibylum marianum è stato, e lo è ancora, oggetto di studi, ricerche ed esperimenti, soprattutto per quanto riguarda la sua azione terapeutica sul fegato e le gravi malattie che lo possono compromettere.

 

I principi attivi del cardo mariano.

I principali PRINCIPI ATTIVI che conferiscono al cardo mariano le proprietà curative sono: acido linoleico (specialmente nei semi), acido tannico, amido, inulina, istamina, mucillagini, olio fisso, proteine, sali minerali, sostanza amara e tiramina.

 

Ma, forse, il Principio Attivo più famoso, per le sue peculiari doti, è la silimarina (della quale sono ricchi i semi), nota e apprezzata in particolare per la sua azione epatoprotettrice, per la capacità di contrastare gli agenti epatotossici ed eliminarne le azioni epatolesive. Importante e determinante è il potere terapeutico che essa esercita sul fegato, persino nei casi di cirrosi epatica e di epatite, anche se virale e acuta.

 

Esperimenti, in tal senso, sono stati eseguiti, nel 1977, da Gobbato e Buffon, i quali, curando con silimarina una quarantina di alcolisti affetti da etilismo acuto e con gravi disturbi neurovegetativi, cirrosi epatica ed epatite cronica, in poco più di un mese, in certi individui, ne normalizzarono le funzioni, in altri, ne ridussero le patologie.

 

I semi di cardo, preziosi, come si è visto per la salute del fegato, sono validi anche per debellarne i calcoli; il loro decotto cura, con esiti positivi, le ulcere, comprese quelle duodenali, le affezioni uterine e calma i dolori mestruali.

 

Il cardo mariano agisce beneficamente sui disturbi digestivi, specie se sono dovuti a un cattivo funzionamento del fegato ed esercita, sul nostro organismo, un'azione colagoga (stimola la secrezione della bile e ne favorisce il deflusso), disintossicante, emmenagoga (provoca il mestruo), emostatica (arresta le emorragie), galat­tofora (favorisce la secrezione del latte), lenitiva contro le emicranie, sudorifera; inoltre previene l'artrite ed elimina gli acidi urici.

 

Come già sostenevano gli antichi, oggi, si riconoscono al cardo mariano un'azione vasocostrittrice periferica, la capacità di regolare la pressione negli ipotesi, di ovviare l'insufficienza cardiovascolare (specie postoperatoria).

 

Il decotto della radice ha proprietà diuretiche e febbrifughe, le foglie hanno azione amaro-aperitiva, tanto da essere usate per preparare tonici e aperitivi.

 

HABITAT.

Il cardo mariano è una pianta solare e ama, quindi, i luoghi assolati: fra questi, predilige quelli incolti, fra i rifiuti o i bordi delle strade e dei campi.

Cardo mariano: uso e preparazioni.

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USO ESTERNO. I semicupi, fatti con decotto di semi, curano le emorroidi e gli impacchi fatti con compresse intrise del medesimo decotto curano piaghe e varici.

 

FITOCOSMESI. Lavaggi o impacchi a base di decotto di semi curano la cellulite e guariscono le pelli colpite da orticaria.

 

TEMPO BALSAMICO. I semi, in genere, vanno colti in luglio e nei primi giorni di agosto: è bene, però, non tardare molto la raccolta dopo che le corolle si sono aperte, perché i semi della parte centrale potrebbero volare via con il vento; spesso, invece, i semi periferici possono rimanere "in situ". Radice, stelo e foglie si colgono in piena fioritura.

 

Preparazioni con il cardo mariano.

Decotto di semi: bollire, per una decina di minuti, 15 g di semi di cardo leggermente contusi, in mezzo litro di acqua. Filtrare.

 

Polvere di semi: pestare, in un mortaio, i semi essiccati e contusi finché diventano polvere.

 

Infuso di foglie: lasciare a macero, a recipiente coperto e per un quarto d'ora, 2 cucchiai di foglie essiccate e sminuzzate, in un litro di acqua bollente. Filtrare.

 

Tintura di foglie: lasciare a macero, per una ventina di giorni, 20 foglie essiccate e contuse, in 100 mi di alcol a 70° miscelati con 50 ml di acqua.

 

Elisir di foglie: macerare, per una ventina di giorni, 50 foglie essiccate e sbriciolate, in un litro di vino bianco. Filtrare.

 

Decotto di radice: bollire, un quarto d'ora, 20 g di radice di cardo tagliata a tocchetti, in tre quarti di litro di acqua. Lasciar riposare, 10 minuti, a recipiente coperto e poi filtrare.

 

Il cardo in cucina: mangiare le nervature centrali delle foglie e i loro piccioli carnosi lessati, significa nutrirsi con cibo gustoso, facilmente digeribile e ricco di sali minerali e di vitamine.

 

Cardo mariano: dosi per uso interno.

Decotto di semi: 3 tazze da té al giorno.

 

Polvere di semi: mezzo cucchiaino, 2 volte al giorno, mescolato a miele o a marmellata, oppure veicolato in acqua.

 

Infuso di foglie: una tazzina prima dei 3 pasti principali.

 

Tintura di foglie: 20 gocce, 3 volte al giorno, veicolate in acqua.

 

Elisir: un bicchierino, prima dei 3 pasti principali.

 

Decotto di radice: 3 tazze da té, nell'arco della giornata.

 

Dosi per uso esterno.

Decotto di semi: con il decotto, fare 3 volte al giorno, un semicupio; lavaggi o impacchi con garze per le cure esterne e le cosmetiche già consigliate.

Altre varietà di cardi:

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CNICUS BENEDICTUS L. (Cardo santo).

Pianta erbacea annua, il caule ramoso raggiunge solo 30 o 40 cm di altezza; i fiori, riuniti in capolini ovoidali e solitari, sono giallastri, con nervature violacee. In fitoterapia, si usa tutta la pianta come stimolante degli organi addominali, specie dell'intestino e dell'utero; è un buon diuretico e febbrifugo. I suoi preparati hanno un'ottima influenza sull'attività cardiaca. Nell'industria costituisce parte integrante di aperitivi (perché stimola l'appetito) e di digestivi (perché attiva la digestione).

 

DISPACUS FULLONUM L. (Cardo dei lanaioli).

Pianta erbacea dalle foglie coriacee, la cui altezza può variare dai 50 ai 200 cm. I suoi fiori sono riuniti in capolini di color lilla-viola; le foglie sono coriacee: mentre le basali, a rosetta, hanno forma ellittica-ovale, le cauline sono lanceolate e opposte. Nella medicina popolare è usato come diuretico e sudorife­ro. Il nome è dovuto al fatto che, per i particolari e irti «uncini» dei capolini, viene usato per cardare la lana, specie in Provenza e in Normandia.

 

DIPSACUS SILVESTRIS L. (Cardo di Venere).

Alla sommità del suo fusto, alto 2 m e più, porta grossi capolini ovali e molto spinosi. Ha proprietà diuretiche e diaforetiche (sudorifere); in liquoreria viene usato come base di aperitivi e digestivi. Le sue spine acute non sono uncinate come quelle del cardo dei lanaioli, ma vengono comunque usate nell'industria tessile per cardare alcuni tessuti.

 

Curiosità sul cardo mariano.

Il cardo mariano o Sibylum marianum (Gaertner), il più noto fra le molte varietà dei cardi, è conosciuto anche con i nomi latini: Silybum maculatum Scop., Carthamus maculatus Lmk. e con i nomi italiani: cardo asinino, cardo lattato, erba del latte e latte di Maria. I riferimenti al latte, inseriti in certi nomi del cardo, sono dovuti a un'antica leggenda legata alla fuga in Egitto della Sacra famiglia.

 

La tradizione racconta, infatti, che, per eludere la ricerca dei soldati del re Erode che la inseguivano, la famigliola si nascose tra le grandi foglie di alcuni cardi. Trovato il rifugio, la Madonna allattò Gesù bambino e alcune gocce del suo latte caddero sulle foglie ospitali le cui nervature rimasero, per sempre, macchiate di bianco, segno indelebile della generosa ospitalità offerta dalla pianta alla Sacra famiglia.

 

Cardo lattato ed erba del latte sono nomi usati soprattutto in Lombardia e nel Veneto, ove il fiore del cardo veniva adoperato per cagliare il latte, onde produrre formaggi. Infine, il nome cardo asinino fu coniato, probabilmente nel suo Herbario novo, da Castore Durante, medico del periodo rinascimentale, che scrisse:

«Per essere esso la lattuga degli asini...».

 

Stranamente, secoli dopo, an­che il nostro poeta Giosuè Carducci (Val di Castello-Lucca 1835 - Bolo­gna 1907), nella poesia Davanti a San Guido, citava il «binomio gastronomico asino-cardo», scrivendo: «...ma, un asin bigio, rosicchiando un cardo rosso e turchino, non si scomodò...». Ancora Durante scriveva, in riferimento ai cardi: «...danno, alcuni, la polvere della radice nella tisana con seme di finocchio e un poco di pepe per moltiplicare il latte delle donne...».

 

Secoli prima, però, già il medico greco Dioscoride Pedanium (probabilmente I secolo d.C.) usava i semi del cardo per curare i suoi pazienti, specie quelli colpiti da affezioni e disfunzioni epatiche (cura, oggi, convalidata e affermata); le cronache, inoltre, riportano che Dioscoride li prescriveva persino contro i morsi dei serpenti!

 

Il celebre dottor Mattioli, nel 1544, ne descrisse le proprietà colagoghe e diuretiche, considerate efficaci e valide anche dagli scienziati contemporanei. In tempi più recenti, Henri Ledere, «padre della medicina erboristica», ha dimostrato, con prove scientifiche ed esperimenti su pazienti, la capacità del Sily-hum di innalzare, ai giusti valori, la pressione arteriosa negli ipotesi.

 

A valida testimonianza delle sue esperienze al riguardo, Ledere scrisse che detta cura: «È del tutto priva di tossicità e può essere continuata per lungo tempo, fino a che è necessario senza che mai succedano all'ipoten­sione delle reazioni ipertensive».

 

La School of Herbal Medicine and Phytotherapy inglese ha reso noto che, nel 1973, il dottor Magliulo, usando la silimarina del cardo mariano, era riuscito a promuovere la rigenerazione delle cellule epatiche in topi il cui fegato era stato, precedentemente, depauperato di una parte del tessuto cellulare. Dioscoride ha scritto che il nome «silybum» deriva dal greco «silluhon», in riferimento alle sue foglie macchiate.

 

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